and Pucciu is going away. A divertirsi ad un convegno di studiosi ad Haifa, ospite della nostra amica i cui gatti a momenti mi ammazzano per l'asma. Per ricambiare l'ospitalita' dovra' cucinare la cena per l'amica e sua sorella. Dura essere italiani all'estero.
E io resto qui, evitando di incrociare la papamobile. Se saro' fortunata mi faranno compagnia un paio di scarafaggi - viviamo attaccati al mercato - che gasero' senza pieta'. Lo Shabbat mi ha donato il frisson del computer portatile - detto cassone - che praticamente agonizza. Recuperato laptop nuovo da un russo, il cui negozio e' frequentato da gente con mazzette di soldi che passa a tutte le ore.
Il laptop costa poco, ignorare il via via del negozio - in un elegante centro commerciale dove passano i gatti randagi - mi costera' l'anima.
Il russo mi parla in ebraico, il Pucciu gi dice in ebraico che io non parlo ebraico, io dico due prole in ebraico tipo "Non ho bisogno dell'high definition!", il tizio mi risponde in ebraico, il Pucciu...potremmo andare avanti ore ed ore.
Per dimenticare ieri pic-nic con vista sul Monte degli Ulivi ed intime confessioni: da piccola amavo Pierce Brosnan in "Mai dire mai" e David Hasselhoff in "Supercar". Il fatto che il pucciu si ricordi anche il nome del gemello cattivo di Michael Knight mi fa pensare che forse non ero la sola a nutrire folli passioni.
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domenica 10 maggio 2009
sabato 18 aprile 2009
Fede tira calci ad un pallone (Shabbat 5)
E nessuno si e' fatto male. Altro parchetto nell'elegante quartiere di Talbye ed altro pic-nic con amici.
Ancora non ci siamo fatti prendere dalla mania israeliana del mangal (barbecue) che porta l'israeliano medio a installarsi nei parchi cittadini - ed in certi casi nelle aiuole- e a grigliare di tutto - eccetto naturalmente il maiale.
In realta' siamo tentati, ma per ora facciamo i superiori.
Comunque pic-nic serio: pite, insalate varie, ottima pasta al forno. Tutto trasportato a piedi perche' in tutta Israele (eccetto Haifa) non ci sono trasporti pubblici di Shabbat, giorno in cui e' proibito muoversi in macchina. In realta'nei quartieri ultraortodossi di Gerusalemme - come Mea Shearim - si mettono anche le transenne per evitare che macchine private ci passino.
Anyway, al parchetto tre trentenni ed un treenne dopo pranzo si affrontano in una spietata partita di calcio, che vede il treenne - ragazzo coordinatissimo - farci mangiare la polvere. Il piccolo, che si destreggia tra tre lingue, non comprende il significato di dire "mia" quando ci si avvicina alla palla e ribadisce: "No questa e' la mia palla" 'Si caro e' mia ma in senso metaf.."
Va beh.
Nel frattempo un signore israeliano sente il Pucciu parlare di cabbala e ci attacca un bottone, in cui inspiegabilmente inserisce la domanda: Quanti anni pensi che io abbia?
Avendo capito persino io la domanda (posta in ebraico) sibilo al Pucciu: Tienti basso, mi raccomando!
Tutto il mondo e' paese.
Poi un corvo ha rubato la bistecca impanata dei vicini.
Ancora non ci siamo fatti prendere dalla mania israeliana del mangal (barbecue) che porta l'israeliano medio a installarsi nei parchi cittadini - ed in certi casi nelle aiuole- e a grigliare di tutto - eccetto naturalmente il maiale.
In realta' siamo tentati, ma per ora facciamo i superiori.
Comunque pic-nic serio: pite, insalate varie, ottima pasta al forno. Tutto trasportato a piedi perche' in tutta Israele (eccetto Haifa) non ci sono trasporti pubblici di Shabbat, giorno in cui e' proibito muoversi in macchina. In realta'nei quartieri ultraortodossi di Gerusalemme - come Mea Shearim - si mettono anche le transenne per evitare che macchine private ci passino.
Anyway, al parchetto tre trentenni ed un treenne dopo pranzo si affrontano in una spietata partita di calcio, che vede il treenne - ragazzo coordinatissimo - farci mangiare la polvere. Il piccolo, che si destreggia tra tre lingue, non comprende il significato di dire "mia" quando ci si avvicina alla palla e ribadisce: "No questa e' la mia palla" 'Si caro e' mia ma in senso metaf.."
Va beh.
Nel frattempo un signore israeliano sente il Pucciu parlare di cabbala e ci attacca un bottone, in cui inspiegabilmente inserisce la domanda: Quanti anni pensi che io abbia?
Avendo capito persino io la domanda (posta in ebraico) sibilo al Pucciu: Tienti basso, mi raccomando!
Tutto il mondo e' paese.
Poi un corvo ha rubato la bistecca impanata dei vicini.
lunedì 16 marzo 2009
Questo venerdì dovevamo andare dal sarto a recuperare la mia gonna rammendata. Il sarto è molto carino e gentile, a parte il fatto che chiama il Pucciu Badim, che non è il suo nome vero. Ma tanto la seconda identità del Pucciu è Nadin; questo quando lo volevano assumere per una sostituzione di maternità, ma lasciamo perdere.
Un fidanzato che si chiama Giovanni sarebbe per me un gran sollievo.
Ritornando al sarto, sperimento con lui il mio povero ebraico: il Pucciu mi dice la frase che devo dire, io la memorizzo, la ripeto come un mantra per la strada prima di arrivare dal sarto, entro e dopo il canonico “Shalom”, a macchinetta gliela ripeto.
Tutto ciò incurante di un signore in mutande in piedi su uno sgabello nel mezzo del negozio.
Signore, che ci fa in mutande? Siamo in una città superpudica, il negozio è cinque metri quadri e lei sta proprio in vetrina.
Mentre io ripeto implacabile: “devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu”
e noto i suoi boxer scozzesi
lui comincia a cadere lentamente ma inesorabilmente dallo sgabello, con i pantaloni alle ginocchia.
“devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu”
Il signore sta effettivamente crollando. Il sarto mi dice, ma io non capisco, che per la vergogna provata il tizio sta cadendo, di aspettare, e il Pucciu sghignazza.
“devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu!”
Dopo tale frisson, a gomiti larghi andiamo dal panettiere iracheno, affrontando la folla del pre shabbat, nella quale si distinguono per ferocia incontrollata le vecchie con il carrellino che sono a caccia di cibarie per la cena di venerdì e per il sabato. Il panettiere praticamente ci tira le focacce (smanacciate da circa 10 clienti prima di noi) mentre distribuisce challahot il pane intrecciato tipico dello shabbat, ad altri avventori.

Se siamo fortunati, finiamo le spese prima che gli ultraortodossi comincino a berciare di muoversi che tra poco è Shabbat (qui adesso scatta verso le 17.00, segnalato da una sirena), prima che veniamo fermati da mendicanti che chiedono soldi perché non hanno cibo per celebrare Shabbat, e prima che io mi infili nel negozio delle spezie e compri l’ennesima spezietta senza la quale il nostro cibo non renderà al meglio e la mia vita non avrà più un senso, provocando così una crisi isterica al Pucciu.
Gentilmente invitati per il pranzo di sabato da una famiglia italiana molto simpatica e piuttosto osservante, ci si aprono una serie di interrogativi: a Shabbat non si possono “portare” (trasportare) cose. Quile azioni proibite di Shabbat. Possiamo portare cibo? Si potrebbe ma noi, in quanto non ebrei, non rispettiamo la casherut. Possiamo portare vino? Si potrebbe ma alcuni non stappano bottiglie di Shabbat. Portiamo fiori? No, perché magari si devono tagliare e di Shabbat non si taglia. Alla fine, non portiamo nulla, solo l’ombrello perché forse pioverà.
Pranzo di sedici persone: bambini e ragazzi in maggioranza, a testimonianza della struttura demografica del paese, dove i giovani sono la maggioranza. Il capofamiglia benedice pane e vino mentre intorno è un caos allegro: infanti corrono – e parlano tre lingue - ragazzini spettegolano, poi tutti cantano in risposta alla benedizione. Il cibo tenuto in caldo su una piastra dal giorno prima (non si accende il fuoco né la luce di Shabbat) è stra-abbondante, e mi sembra paradossalmente, che sia un po’ Natale, ma senza i parenti vecchietti che si ubriacano o che scalpitano per tornare a casa dopo gli agnolotti.
Un fidanzato che si chiama Giovanni sarebbe per me un gran sollievo.
Ritornando al sarto, sperimento con lui il mio povero ebraico: il Pucciu mi dice la frase che devo dire, io la memorizzo, la ripeto come un mantra per la strada prima di arrivare dal sarto, entro e dopo il canonico “Shalom”, a macchinetta gliela ripeto.
Tutto ciò incurante di un signore in mutande in piedi su uno sgabello nel mezzo del negozio.
Signore, che ci fa in mutande? Siamo in una città superpudica, il negozio è cinque metri quadri e lei sta proprio in vetrina.
Mentre io ripeto implacabile: “devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu”
e noto i suoi boxer scozzesi
lui comincia a cadere lentamente ma inesorabilmente dallo sgabello, con i pantaloni alle ginocchia.
“devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu”
Il signore sta effettivamente crollando. Il sarto mi dice, ma io non capisco, che per la vergogna provata il tizio sta cadendo, di aspettare, e il Pucciu sghignazza.
“devo prendere la mia gonna, il nome è Pucciu!”
Dopo tale frisson, a gomiti larghi andiamo dal panettiere iracheno, affrontando la folla del pre shabbat, nella quale si distinguono per ferocia incontrollata le vecchie con il carrellino che sono a caccia di cibarie per la cena di venerdì e per il sabato. Il panettiere praticamente ci tira le focacce (smanacciate da circa 10 clienti prima di noi) mentre distribuisce challahot il pane intrecciato tipico dello shabbat, ad altri avventori.

Se siamo fortunati, finiamo le spese prima che gli ultraortodossi comincino a berciare di muoversi che tra poco è Shabbat (qui adesso scatta verso le 17.00, segnalato da una sirena), prima che veniamo fermati da mendicanti che chiedono soldi perché non hanno cibo per celebrare Shabbat, e prima che io mi infili nel negozio delle spezie e compri l’ennesima spezietta senza la quale il nostro cibo non renderà al meglio e la mia vita non avrà più un senso, provocando così una crisi isterica al Pucciu.
Gentilmente invitati per il pranzo di sabato da una famiglia italiana molto simpatica e piuttosto osservante, ci si aprono una serie di interrogativi: a Shabbat non si possono “portare” (trasportare) cose. Quile azioni proibite di Shabbat. Possiamo portare cibo? Si potrebbe ma noi, in quanto non ebrei, non rispettiamo la casherut. Possiamo portare vino? Si potrebbe ma alcuni non stappano bottiglie di Shabbat. Portiamo fiori? No, perché magari si devono tagliare e di Shabbat non si taglia. Alla fine, non portiamo nulla, solo l’ombrello perché forse pioverà.
Pranzo di sedici persone: bambini e ragazzi in maggioranza, a testimonianza della struttura demografica del paese, dove i giovani sono la maggioranza. Il capofamiglia benedice pane e vino mentre intorno è un caos allegro: infanti corrono – e parlano tre lingue - ragazzini spettegolano, poi tutti cantano in risposta alla benedizione. Il cibo tenuto in caldo su una piastra dal giorno prima (non si accende il fuoco né la luce di Shabbat) è stra-abbondante, e mi sembra paradossalmente, che sia un po’ Natale, ma senza i parenti vecchietti che si ubriacano o che scalpitano per tornare a casa dopo gli agnolotti.
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giovedì 29 gennaio 2009
Lagnans d'amour
Il fidanzato esule a Gerusalemme vive da un paio di settimane in una comune popolata da uomini barbuti e da donne a suo dire inguardabili (e certo!).
I giovani barbuti, dopo i gruppi di studio socialisti, chiedono a lui le definizioni delle parole crociate- in ebraico. Lui per ripicca gli ammanisce le sue melanzane alla parmigiana per la cena di Shabbat.
Si lagna di una cena a base di cereali. Non avvicinate i cereali al Pucciu! Si contorcerà come un verme e ve lo rinfaccerà per tutta la vita. I miei esperimenti con la quinoa sono stati tutti bocciati in quanto troppo simili alla segatura.
Comunque, da domenica sarà nella nostra nuova magione, dove lo raggiungerò l'otto febbraio. Sta già pensando a come accogliermi. Io spero solo di scendere all'indirizzo giusto di casa, sapete com'è. La mia immaginazione da orfanella mi vede vestita troppo leggera - il pucciu dice che fa caldo, ed io non mi fido!- abbandonata in mezzo alla tangenziale di Gerusalemme. Per il resto, che sia al solito: fragole e champagne, cuori giganti e lui vestito solo del suo fascino.
Poi, per non farci mancare nulla, abbiamo litigato a distanza come dei folli. Va bene la tecnologia, ma la chat di FB ha rischiato di mandare all'aria ciò che trasferimenti all'estero, distanza, una famiglia di sole donne, sfoghi allergici, stati di ebbrezza ripetuti e notti in posti pidocchiosi non avevano neppure scalfito.
Mia madre con la scusa: "se io lo attacco tu poi lo difendi!" (sottile, eh!) ha persino preso le difese del Pucciu mentre sproloquiavo e tiravo oggetti. La verità è che una mia rinuncia alla partenza avrebbe gettato la mamma e sorella nel panico più nero.
Infatti la sera, mentre sono a letto mia sorella prende le misure della stanza sostenendo: "ecco dove hai la testa adesso ci sarà il mio angolo cottura".
Infine, io resisto a mio nonno che si lagna giustamente della Chiesa cattolica e di sui esponenti, ed inoltre vuole a tutti i costi convincermi a diventare atea. Ora, già ho una personale minimale dottrina religiosa fatta di tre dogmi tre, proprio ora che vado a Gerusalemme, dove per sistemare il
ginepraio di rivendicazioni sulla città si era persino proposto di attribuirne la sovranità a Dio, dovrei diventare atea?
Eppure insiste. Sarebbe indelicato fargli presente che sentendo avvicinarsi il tramonto il mio bisnonno- suo padre- cominciò ad andare in chiesa, just in case?
I giovani barbuti, dopo i gruppi di studio socialisti, chiedono a lui le definizioni delle parole crociate- in ebraico. Lui per ripicca gli ammanisce le sue melanzane alla parmigiana per la cena di Shabbat.
Si lagna di una cena a base di cereali. Non avvicinate i cereali al Pucciu! Si contorcerà come un verme e ve lo rinfaccerà per tutta la vita. I miei esperimenti con la quinoa sono stati tutti bocciati in quanto troppo simili alla segatura.
Comunque, da domenica sarà nella nostra nuova magione, dove lo raggiungerò l'otto febbraio. Sta già pensando a come accogliermi. Io spero solo di scendere all'indirizzo giusto di casa, sapete com'è. La mia immaginazione da orfanella mi vede vestita troppo leggera - il pucciu dice che fa caldo, ed io non mi fido!- abbandonata in mezzo alla tangenziale di Gerusalemme. Per il resto, che sia al solito: fragole e champagne, cuori giganti e lui vestito solo del suo fascino.
Poi, per non farci mancare nulla, abbiamo litigato a distanza come dei folli. Va bene la tecnologia, ma la chat di FB ha rischiato di mandare all'aria ciò che trasferimenti all'estero, distanza, una famiglia di sole donne, sfoghi allergici, stati di ebbrezza ripetuti e notti in posti pidocchiosi non avevano neppure scalfito.
Mia madre con la scusa: "se io lo attacco tu poi lo difendi!" (sottile, eh!) ha persino preso le difese del Pucciu mentre sproloquiavo e tiravo oggetti. La verità è che una mia rinuncia alla partenza avrebbe gettato la mamma e sorella nel panico più nero.
Infatti la sera, mentre sono a letto mia sorella prende le misure della stanza sostenendo: "ecco dove hai la testa adesso ci sarà il mio angolo cottura".
Infine, io resisto a mio nonno che si lagna giustamente della Chiesa cattolica e di sui esponenti, ed inoltre vuole a tutti i costi convincermi a diventare atea. Ora, già ho una personale minimale dottrina religiosa fatta di tre dogmi tre, proprio ora che vado a Gerusalemme, dove per sistemare il
ginepraio di rivendicazioni sulla città si era persino proposto di attribuirne la sovranità a Dio, dovrei diventare atea?
Eppure insiste. Sarebbe indelicato fargli presente che sentendo avvicinarsi il tramonto il mio bisnonno- suo padre- cominciò ad andare in chiesa, just in case?
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